“Ma credete ancora ai politici? Che non lo sapete che è tutto un magna magna!” La colonna sonora di tutte le vigilie di Natale, il leitmotiv di tutti i pranzi di Pasqua, insomma quel classico che tramonta mai con la sua capacità di scuotere gli animi partigiani di tutti il mondo suscitando prurito e allo stesso tempo dando il “La” alle più accese diatribe tra i commensali, e non.
Italo Calvino diceva “per trovare risposte esatte occorre partire da domande giuste” e certamente tra queste vi sono le seguenti: “cosa vuol dire “essere un politico”? Che cos’è la “Politica”?”
Solo i più fini politologi non invocherebbero quella definizione lapidaria della Politica di Aristotele: “L’uomo è un animale politico” ovvero per uomo si intende quella specie appartenente al regno animale che maggiormente è capace di organizzare la società in cui si svolge la sua esistenza, che nella Grecia classica, per l’appunto, corrisponde alla pòlis . Il passo è breve e i traduttori più attenti direbbero: “L’uomo è un animale sociale”, cioè la “politica” è un fatto ontologico dell’essere umano.
Più di recente, quando l’argomento della politica irrompe nelle discussioni nei più disparati ambienti, verso la conclusione del dibattito, riecheggia l’adagio di un attivista statunitense che molti non sanno neppure di scomodare: Ralph Nader, che disse ai giovani: “If you do not turn on to politics, politics will turn on you” “(Ma anche se non volete occuparvi di politica, sarà la politica ad occuparsi di voi”).
Dunque, nel 2026, quando un giovane si avvicina alla politica in modo attivo, la sua figura, agli occhi di tutti, può indossare due vesti: o quel colletto bianco che simboleggia la volontà di perseguire interessi personali a danno della collettività o, se ci lega a lui una particolare condivisione di idee, la divisa del crocerossino che si immola per il bene comune.
I traduttori medievali di Aristotele direbbero: “In medio stat virtus” “(In mezzo sta la virtù”), ovvero la virtù di chi si occupa della cosa pubblica (la “res pupulica”) non è altra che quella di farsi avanti, di farsi carico dei necessari meccanismi delegatori della rappresentanza, insomma, in parole spicciole, di metterci la faccia!
La rappresentanza politica si sostanzia in un meccanismo freddo, ma lineare: molti (si spera!) delegano pochi ad amministrare gli interessi di tutti.
Da questa consapevolezza sono nate le campagne comunicative dei più celebri personaggi politici della storia.
In questa sede basterà ricordare quella di Caio Giulio Cesare che si presentò davanti al popolo come un “primus inter pares” (un “primo tra pari”), cioè un privato cittadino volontariamente si proponeva di risollevare le sorti della Repubblica romana, con l’ausilio rispettoso di tutte le magistrature repubblicane, salvo poi esautorarle una ad una, a partire dal Senato, il massimo organo rappresentativo, il senato, rendendolo un inutile parlatoio.
Ecco, questo è il perfetto esempio di quando si confonde il nobile uffizio della politica con l’amministrazione-governo …dalla toga cesariana al colletto bianco il passo è breve!
“Rappresentare” che scaturisce dall’unione del prefisso intensivo “re-” (“di nuovo”) e praesentare (“essere presente”) vuol dire “esserci due volte”, per se e per gli altri!
Il delegato ha due coscienze da rispettare: la propria e quella dei deleganti.
Infatti, nella separazione dei poteri enucleata da Montesquieu, la politica ha la sua sede naturale nel Parlamento, dove davvero quei pochi delegati decidono il destino di tutti i consociati, anche di chi ha rinunciato al suo potere delaegatorio.
Su questo freddo meccanismo, che nasconde le fondamenta dei più profondi e compiuti pensieri politici, si basano tutte le rappresentanze, da quella che si fa in classe quando si va a scuola fino alla candidatura alla presidenza dei più importanti attori geopolitici del nostro tempo.
Dal rappresentante di classe della IV B del Liceo classico “G. D’Annunzio” di Pescara a Donald J. Trump, tutti i rappresentanti dovranno rendere grazie ai loro elettori, ma non per il potere che hanno consegnato nelle loro mani, bensì per l’alto uffizio che gli hanno tributato.
Il vero uomo politico, plasmato sul modello aristotelico, non “magna” proprio niente, è un “eletto” ovvero un uomo scelto dal popolo che dovrà mettere un pezzo della sua onestà intellettuale al servizio di tutti i consociati, e senza cadere nei tranelli del materialismo imperante.
Questa sarà la sfida vera!
I governanti di oggi non sono i “filosofi” del nostro temponon ce ne voglia Platone – sono cittadini comuni a cui regaliamo il sogno di sentirsi EROI “in nome e per conto” nostro.
Ogni Patria farà delega ai suoi!

Caporedattore. Giurista appassionato di cronaca politica e vita culturale del Paese.





