Bastava dir di sì per non aver paura

Bastava dir di sì per non aver paura… paura della giustizia! E che ossimoro…

Ora, invece, dobbiamo tutti, tutti aver paura, -noi gente onesta intendo- paura di essere dalla legge giudicati erroneamente e senza che chi sbaglia ne risponda, paura d’una classe giudiziaria che si pavoneggia da divinità intoccabile od infallibile, d’una classe giudiziaria che crede di essere onnipotente e che da potente bullo si atteggia contro i piccoli rimanendo, però, impunita, intoccabile, chiusa dentro una bolla di protezione e potere.

Non è cosa propriamente democratica -utilizzando un eufemismo- che alcuni siano ingiudicabili rispetto agli altri, ed è ancora meno democratico che questo privilegio venga difeso in nome della democrazia stessa.
E questo è motivo di paura e disgusto.
Ma c’è qualcos’altro che dopo il risultato del referendum sulla giustizia fa ancor più terrore, ovvero la sete di consenso, la mediocrità politica cettolaqualiquista della sinistra, rea d’aver ridotto una questione costituzionalistica -dunque di equilibrio tra poteri, di responsabilità, di garanzie- ad un fatto di appartenenza emotiva, a banale antipatia. Si è votato non su un principio, ma contro un avversario.

E quando il diritto si mescola all’emotività, la democrazia si svuota. Il referendum avrebbe potuto segnare un limite, una misura, un argine. Ha invece confermato una tendenza: la rinuncia al giudizio in favore della reazione. E così la paura ritorna, ma in forma rovesciata.
Non più paura della giustizia come arbitrio politico, bensì paura della sua assenza di responsabilità. Una giustizia che non risponde, che non si misura, che non si espone, finisce per non essere più percepita come garanzia, ma come potere. È in questo scarto che si consuma la contraddizione più grave: una parte politica che si proclama paladina dei diritti finisce per legittimare un sistema che li rende opachi.
Vedere la CGIL -l’organizzazione a protezione del lavoro operaio- sventolare la propria bandiera in Piazza del Popolo in giubilo per i privilegi d’un’èlite è qualcosa che in un modo o nell’altro fa molta paura, ma ancor di più induce un sincero conato.

Nessuno avrebbe mai pensato di vedere un sindacalista difendere un togato, od un progressista, convinto europeista negare la validità d’una riforma presente in tutta Europa…
Più che dell’armocromista c’è qualcuno che necessita d’uno psichiatra per curare un’importante bipolarità comportamentale.
E tutto ciò è stato senza ombra di dubbio provocato dalla viscida propaganda ed insolente, arrogante, abominevole e menzognera d’una sinistra che non trova altra occupazione oltre a dir di no a Giorgia Meloni, o per esser più chiari, dir di no a qualsiasi figura che più che al consenso, pensi al bene degli italiani ed alla grandezza del tricolore.
Ora è diventato inutile prendersi ancora in giro e tentare di dar un’altra lettura -meno drammatica- alla situazione: la legalità ha perso contro un no sbraitato dalla boccaccia di chi è incapace persino di riconoscere ciò che nega.
Bastava dir di sì per non aver paura, dir di sì per avere un’Italia migliore.