Quella delle università da costruire e sviluppare lontano dai centri cittadini non è di certo una teoria di nuova ideazione, e senz’altro non ha origini italiane.
Affonda le proprie basi nell’epoca vittoriana inglese, portando allo spostamento di alcune importanti scuole londinesi verso la periferia, sia per godere di spazi più grandi e più puliti, lontani dai luoghi della rivoluzione industriale, sia per una precisa idea di “campus” ottocentesco che dovesse essere immerso nella natura.
Concetti questi ripresi nel secondo dopoguerra, quando possiamo dire che furono maturi i tempi per la standardizzazione di un modello di campus moderno (la “separated city” dallo schema di Den Hrijir del 2008), che dunque riscosse un certo successo in termini di applicazione oltremanica.
Tuttavia se questa teoria nasce per questioni prettamente socio-urbanistiche, arriviamo agli anni ‘60 del Novecento in cui, ad esempio, in Francia si riprende lo stesso concetto di struttura lontana dal centro cittadino, ma per rispondere a ben diverse necessità: quelle di dover allontanare i luoghi accademici dai tumulti delle piazze di Parigi, declinando la teoria in termini piuttosto politici.
In Italia si arriva in ritardo a parlare di tutto ciò, perlomeno nella chiave più moderna dell’argomento.
Il nostro Paese vanta d’altronde un’importante tradizione di strutture dall’alto valore architettonico adibite agli insegnamenti universitari site all’interno dei centri storici delle città, e non solo nelle grandi urbes.
“Il nostro Paese vanta d’altronde un’importante tradizione di strutture dall’alto valore architettonico adibite agli insegnamenti universitari site all’interno dei centri storici delle città, e non solo nelle grandi urbes”
E sebbene anche da noi si potesse fare un discorso simile a quello francese per una migliore gestione di certi movimenti di piazza tra gli anni sessanta e settanta, in Italia è il piano urbanistico della questione che torna a dominare.
Lo fa soprattutto per trovare soluzioni tutt’altro che facili a problemi tipici delle grandi città.
Ed è proprio qui che nasce la discriminante tra chi ha effettivamente applicato un pensiero per necessità e chi lo ha fatto quasi rincorrendo un’idea, per omologazione, senza una reale coscienza degli effetti collaterali.
Lì dove, a causa della sovrappopolazione, della saturazione, della mancanza di spazi dei centri cittadini, si applica un discorso di decentralizzazione la teoria è assolutamente sostenibile e ragionevole.
Lì dove, per rigenerare, per migliorare la vita nelle periferie, per avere spazi più efficienti, per una migliore gestione del traffico, per una riforma del piano urbanistico, è auspicabile che la teoria venga messa in pratica, purché, e questa deve essere una condizione di esistenza ineludibile, il luogo scelto per la costruzione dell’ateneo sia ben collegato con trasporto su gomma e su rotaia al centro della città di appartenenza (o comunque ai suoi assi viari principali) e che sia facile da raggiungere anche possibilmente dai comuni vicini e da altre località a media distanza, favorendo il pendolarismo.
Inoltre, oggi più che mai, il luogo in questione deve presentare una buona disponibilità di posti letto nelle vicinanze, dunque una zona residenziale, sia collocati in appartamenti o stanze con locazione in capo a singoli privati, sia collocati in case dello studente o altre strutture di questo genere, che siano interne o esterne al campus stesso.
Tutti questi discorsi vengono inevitabilmente meno quando prendiamo in considerazione l’esempio di piccole realtà, e arriviamo a parlare di Teramo.
Il capoluogo è sede universitaria già dai tempi della Libera Università d’Abruzzo, che vedeva le realtà di Chieti, Pescara e appunto Teramo riunite in un unico ente.
Quest’ultima si era aggiudicata dapprima la facoltà di Giurisprudenza, per poi espandersi nel corso degli anni con Scienze Politiche ed arrivare man mano alla situazione dei cinque Dipartimenti attuali.
E le strutture adibite a edilizia universitaria erano tutte situate nel centro cittadino: in primis lo storico edificio di Viale Crucioli, sede di aule e rettorato, con annesse le palazzine adiacenti, ma anche la sede del “Pascal” sito nelle vicinanze del manicomio, che ha ospitato aule di Giurisprudenza e non solo.
Ecco la collocazione dell’ateneo, seppur diffuso, nel centro cittadino restituiva a Teramo una ben delineata immagine di cittadina universitaria.
Immagine che oggi sostanzialmente non esiste più.
E sì perché se sino a quando la grande maggioranza dei luoghi frequentati dagli studenti insistevano nelle posizioni sopra citate, le strade più riconoscibili della città brulicavano di ragazzi con i libri in mano, nel momento in cui l’interezza della didattica è stata gradualmente traslata su una collina scarsamente abitata, inizia un’evidente trasformazione del volto urbano a cui tutti si erano abituati.
È vero forse si è guadagnato in spazi maggiori, in strutture più moderne, più verdi, nell’accorpamento in un unico plesso di quasi tutti gli insegnamenti, ma in cosa invece si è perso?
Non è un segreto, è davanti agli occhi di tutti che il centro storico da quel 1999 è imperversato da una profonda crisi commerciale, le saracinesche di librerie e botteghe si sono abbassate per lasciare spazio a negozi etnici e kebabbari, gli immobili delle ex zone universitarie hanno perso di appeal sul mercato e soprattutto l’immagine, prima evidente, di città dinamica e universitaria è venuta meno, provocando una vera e propria lacuna identitaria.

E non ci addentriamo nel tema della sicurezza, che pure meriterebbe di essere largamente menzionato.
Se poi consideriamo che la collina in cui sorge il Campus Aurelio Saliceti è scomoda da raggiungere in auto, mal collegata con i mezzi pubblici e mal fornita da attività commerciali (di fatto assenti bar, supermercati, banche ecc.) si chiarisce ancor più facilmente la situazione.
Nei mesi scorsi in tanti hanno parlato di soluzioni alla moria del centro, politica, comitati, commercianti; ma ancora una volta la risposta, che in casi di questo tipo è riconducibile alla speranza alla quale attaccarsi, arriva dall’università.
Il neo rettore Christian Corsi ha infatti presentato in data 15 luglio 2025 il progetto della “Cittadella della Cultura”, che mira a una completa riqualificazione delle corpose strutture appartenenti al complesso dell’ex ospedale psichiatrico affacciate nella centrale Piazza San Francesco.
Progetto già pensato in ambito regionale nel 2016, ma che finalmente ha visto muovere i primi passi concreti verso la sua realizzazione con la mediazione tra UniTe e l’attuale Giunta Marsilio, finanziatrice dell’opera per ben 20 milioni di euro.
A novembre sono stati aggiudicati i lavori e il cantiere già avviato ad inizio anno, con probabile data di consegna del primo lotto nel 2028.
Giungendo dunque al titolo dell’articolo, ciò che si sta manifestando è chiaro: lo spostamento (annunciato dallo stesso rettore) dei dipartimenti di Scienze politiche e Scienze della comunicazione presso la nuova struttura sono a tutti gli effetti un ritorno al passato, un ritorno “al centro”, l’abbandono, seppur parziale, di una teoria che, alla luce dei fatti, applicata a certe realtà non funziona.
O se funziona provoca di rimbalzo numerosi danni collaterali, come l’ormai lungodegenza dell’economia del centro cittadino nel caso specifico di Teramo, che ora dunque dovrà necessariamente riaggrapparsi al nobile pilastro dell’università per provare ad uscire dalla crisi.
Ancora una volta la cultura può assurgere a medicina della comunità.

Attivista politico con ruoli di rilievo, studente di Scienze politiche. Addentrato nel mondo dello sport abruzzese, con particolare riguardo ai risvolti sociali dell’attività sportiva.





