Una strategia possibile per lo sviluppo delle aree interne abruzzesi.

Politiche territoriali come chiave di volta, anzi di “svolta”

Vi siete mai chiesti quali sono le aree interne di una regione? Ve lo diciamo noi de “Il Notturno”: nient’altro che territori lontani dai poli che garantiscono i servizi essenziali di istruzione, sanità e mobilità. 

Dunque si tratta indubbiamente di aree svantaggiate, ma questa marginalità non va letta solo come svantaggio geografico, ma come risultato di un processo storico di polarizzazione che ha favorito i poli urbani e costieri, lasciando molte aree montane e rurali in una condizione di progressivo spopolamento, invecchiamento e indebolimento del mercato del lavoro. Infatti proprio in quest’ottica si muove la Strategia Nazionale per le Aree Interne, nata nel 2013 sotto impulso del governo Monti, che rappresenta il principale strumento pubblico volto a superare questi divari attraverso un approccio place-based, fondato sull’integrazione tra servizi essenziali e sviluppo locale.

Ma se volessimo applicare questo quadro teorico al caso abruzzese cosa ne uscirebbe? 

La nostra regione presenta una forte frattura tra fascia costiera e aree dell’entroterra. Le aree interne comprendono 202 comuni su 305 e ospitano oltre un terzo della popolazione regionale; inoltre, la distanza media dei comuni non polo dal centro di servizi più vicino risulta superiore alla media nazionale. Le ultime analisi dei dati demografici evidenziano un calo della popolazione, un saldo naturale fortemente negativo e un indice di vecchiaia elevato, soprattutto nelle province di Chieti e L’Aquila. Ne deriva una dinamica cumulativa: meno popolazione significa meno domanda di servizi, minore attrattività territoriale e ulteriore declino. Questo fenomeno è conosciuto propriamente come polarizzazione territoriale, cioè concentrazione di opportunità, servizi e investimenti nelle aree più accessibili e progressiva fragilizzazione dei territori periferici.

D’altronde non si può inoltre trascurare la conformazione geografica del territorio che viviamo. L’orografia abruzzese purtroppo ha storicamente ostacolato l’integrazione delle aree interne, ma il nuovo paradigma logistico suggerisce che la competitività regionale non dipenda più soltanto dalla presenza di infrastrutture fisiche, bensì dalla capacità di connettere reti materiali e digitali, intermodalità e funzioni produttive. In questa chiave, interporto, ferrovia, porto, ZES e sistemi intelligenti di gestione dei flussi possono rafforzare i distretti produttivi e migliorare l’accessibilità economica dell’entroterra, trasformando una debolezza storica in un’opportunità strategica.

Qui, dalla redazione de “Il Notturno”, ci sentiamo di consigliare alla classe dirigente locale un modello di rilancio improntato fortemente su politiche integrate e innovative: welfare di prossimità, smart villages, nomadismo digitale, comunità energetiche, cooperative di comunità, turismo lento e delle radici, albergo diffuso, neo-ruralismo e agricoltura 4.0. La conclusione è che le aree interne non devono essere considerate territori destinati al declino né semplici destinatari di misure assistenziali, praticamente una zavorra per il politico di turno, ma laboratori di transizione ecologica e digitale. Perché ciò avvenga, è però necessaria una governance multilivello capace di mettere in rete amministrazioni, infrastrutture, capitale umano e risorse locali. Solo un approccio sistemico, capace di unire innovazione, servizi e valorizzazione del capitale territoriale, può avviare un vero rinascimento dei borghi e dell’entroterra abruzzese. Proviamoci!