Credo che colui il quale disponga delle capacità emotive per arrivare pur soltanto ad una semplice e superficiale comprensione dell’opera e della lezione dannunziana, sia anche in grado di riscoprire in sé stesso l’urgenza e la necessità dell’essere vivo, risvegliare la libertà più profonda dell’esistenza come caotico movimento irrazionale del desiderio. Desiderio di andare oltre la morale, oltre il mondo dei sensi, fuggire dalla fanghiglia borghese, per fuggire dalla massa di piccoli o grandi usurai, piccoli o grandi barattieri, carne sopravanzata alla bolgia quinta dell’ottavo cerchio! Essere nel sogno o non essere affatto, quando la poesia diventa il modo per vivere nel sogno.
Basterebbero queste poche righe per poter iniziare ad addentrarsi nella mente del Vate e comprenderlo sufficientemente, ma in realtà quanto ho scritto, seppur molto vero, è banale, una lettura manualistica e prodotta da chi di d’Annunzio non ha mai capito nulla, una lettura che lasciamo ai limitati e fortunatamente passati filologi. Diciamo che me ne frego e andiamo oltre, perché, vedete, la lettura filologica tradizionale sul nostro poeta tende a considerare il sogno o il desiderio di esso la reale propulsione della sua poetica, ma intendendo il sogno esclusivamente come la via di fuga da una vita incapace di soddisfare il desiderio di gioia e di piacere.
Eppure basta leggere veramente qualche riga, qualche verso delle opere della piena maturità per rendersi conto che in realtà ciò che accade è l’esatto opposto: è il desiderio di vita, la sete d’una vita pura, d’una vita poetica ad originare il sogno, ovvero un sogno dell’esistenza . E se questa inversione può apparire ad uno sguardo distratto soltanto come un raffinamento teorico, è invece l’asse centrale dell’Alcyone e l’intera architettura del Notturno, e con essa nasce una nuova attitudine dell’uomo nei confronti della propria esistenza, poiché non si tratta più di rifugiarsi nel sogno per sottrarsi alla vita, ma di generare il sogno come forma superiore della vita stessa, come sua intensificazione , come sua manifestazione più pura e più necessaria. Essa è il fanciullo della seconda lirica alcyonia, fulgente d’una vita musicale, tra le estasi bucoliche d’un’atmosfera trasognante vivificata nei suoni e nei colori dei ridenti colli fiorentini, con il recupero d’una vitalità totale. È qui che in poesia -e forse in maniera più chiara- fuoriesce tutta la intraprendente volontà di far divenire la vita un sogno attraverso lo strumento poetico: arte e vita sono ormai un tutt’uno del tutto indistinguibile.

La trasposizione della vita in forma artistica c’è da dire che permea in maniera più o meno palese tutta l’opera dannunziana dal Primo vere a Canto Novo, dal Piacere fino alle Vergini delle Rocce, anche se tutto ciò, risulta particolarmente fresco nelle tre Offerte del Notturno, quando Gabriele d’Annunzio con il corpo ferito, la vista negata, riduce il mondo a una serie di impressioni interiori, presentandolo privo di spurie come osservato da una stretta fessura, da un passaggio attraverso il quale la realtà sensibile si raccoglie e si trasforma in visione assoluta. Il gesto stesso della scrittura, affidato a brevi strisce, a frammenti che si succedono con una continuità sotterranea, rivela una disciplina tanto stilistica quanto esistenziale, perché ogni parola sembra nascere da una necessità profonda, da una pressione interna che non ammette dispersione né compiacimento. Tutto ciò che esiste del mondo trapassa un’immaginazione notturna – privata totalmente della percezione fisica – ma per riaffermarsi nella concretezza assoluta di descrizioni esatte.
Ogni immagine che affiora alla coscienza del poeta si impone con una nitidezza che non appartiene più allo sguardo ordinario, ma a una forma più profonda di percezione, nella quale il ricordo, il sogno e l’esperienza si fondono in un’unica evidenza. Le figure che attraversano il Notturno -i compagni, il mare, il legno delle navi, il suono remoto delle onde- il puro sogno si direbbe che però non si offre come una visione vaga, ma come presenza assoluta, dotata di una precisione che supera quella della realtà immediata, come se la privazione avesse purificato lo sguardo e lo avesse reso capace di cogliere l’essenziale. É in questo senso che si può parlare di una vera e propria disciplina del sentire, di una volontà che non si limita a registrare ciò che accade, ma lo costringe a prendere forma, a organizzarsi secondo una necessità interna che appartiene interamente all’artista. Il frammento non è più segno di frattura, ma unità minima di un discorso continuo, respiro trattenuto di una visione che non si disperde, e che proprio nella sua concentrazione acquista una forza persuasiva rara, capace di imporsi al lettore senza mediazioni.
E allora si comprende come da queste pagine nasca un sentimento che va oltre la semplice ammirazione, qualcosa di più vicino a una tensione, a una inquietudine feconda, come se la misura comune dell’esistenza risultasse improvvisamente insufficiente e si aprisse la possibilità di un’altra intensità. Oltre la fuga, oltre il rifugio, una forma di rivalsa più sottile e più radicale, che non si consuma nell’opposizione al mondo, ma nella sua trasfigurazione, nella capacità di renderlo aderente a una esigenza interiore più alta. Colui il quale riesce a comprendere la lezione dannunziana, avrà ormai accolto il suo più grande insegnamento: fare della propria vita un sogno, e del sogno la più pura tra le vite.








