Insegnare l’assertività ai giovani significa fornire loro gli strumenti giusti per narrare il proprio mondo interiore, arginando così la deriva della violenza attraverso il valore della comunicazione.

L’assertività come soluzione educativa: ricostruire la comunicazione nell’era dei social.

Nel panorama educativo contemporaneo, la scuola si trova a dover affrontare una sfida che va oltre l’insegnamento delle singole discipline: la ricostruzione della competenza comunicativa. In un’epoca dominata dal digitale, la capacità di articolare un pensiero e di “apprendere ad ascoltare l’altro” è diventata una priorità pedagogica assoluta, ponendo la figura del docente al centro di una vera e propria “missione civile”. 

L’analisi di questa emergenza non può prescindere da una riflessione sull’impatto tecnologico. Come osservato da Alessandro D’Avenia —scrittore e professore di Lettere presso il Collegio di San Carlo di Milano —  in un articolo per il Corriere della Sera, quasi due decenni di esposizione massiccia agli smartphone hanno trasformato i tratti antropologici dei ragazzi. Non si tratta solo di una distrazione superficiale, bensì di un cambiamento radicale che colpisce, giorno dopo giorno, la tenuta dell’attenzione e la pazienza cognitiva necessaria per lo studio. Il rischio è che i giovani, immersi in un flusso ininterrotto di stimoli esterni, perdano il contatto con la realtà della parola, rifugiandosi in forme di comunicazione frammentate e confusionarie.

A questa riflessione si lega l’allarme di Pierluigi Ortolano, espresso in un suo commento per il quotidiano Il Centro, in cui il docente di Linguistica italiana all’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” Chieti-Pescara evidenzia il nesso tra la “non buona comunicazione” e il declino del pensiero critico. Il professor Ortolano sottolinea l’importanza dello studio non come dovere burocratico, ma come strumento per acquisire le strutture logiche necessarie ad interpretare il mondo. Infatti, senza gli strumenti linguistici idonei, lo scambio interpersonale si inaridisce e il confronto si riduce a mero scontro o ad un silenzio privo di significato.

In questo scenario, la proposta di Francesco Berardi, espressa in un approfondimento per la medesima testata abruzzese nel suo ruolo di professore di Letteratura Latina presso lo stesso ateneo, diventa un imperativo: “Bisogna educare alla comunicazione”. Non è più sufficiente che lo studente apprenda contenuti; egli deve imparare a trasmetterli ed a mediarli nel dialogo.

La cronaca recente, del resto, evidenzia un dato allarmante: l’aumento di atti di violenza tra gli adolescenti. Tali episodi nascono da un’incapacità di dare voce ad un mondo interiore caotico e complesso: non sapendo come tradurre in parole il proprio disagio, i ragazzi finiscono per sfogare tale urgenza espressiva attraverso l’aggressività.

Al fine di arginare questa deriva, il ruolo del docente emerge in tutta la sua centralità. Egli non è più soltanto un dispensatore di nozioni, ma un modello vivente di relazione, il quale deve insegnare ai propri alunni il valore di una parola semplice e preziosa: assertività, ovvero la capacità di esprimere le proprie opinioni e i propri sentimenti in modo chiaro e rispettoso, senza prevaricare chi si ha di fronte né annullare se stessi. Sebbene tale termine sia nato dalla psicologia del XX secolo, la sua essenza era assolutamente centrale nel mondo greco, dove veniva chiamata “parresìa”: il coraggio di dire la verità, parlando con franchezza ed onestà, ma con competenza. 

Tuttavia, affinché il docente riesca nella sua intenzione e la mediazione risulti efficace, non deve dimenticare di essere stato anch’egli un adolescente, con le proprie debolezze ed insicurezze. Come scriveva Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo Principe: “Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano)”. Solo chi preserva la memoria della propria vulnerabilità può stabilire un contatto autentico con l’alunno, mostrandogli che l’assertività è lo strumento per esprimere la propria individualità senza prevaricare. In questo scambio profondo, il processo educativo si rivela a doppio senso: mentre lo studente acquisisce la capacità di ascoltare e di darsi voce, il docente affina la propria capacità di immedesimarsi, riscoprendo nell’incontro quotidiano la chiave per comprendere ed accogliere quel groviglio di paure che rende così preziosa l’anima di ogni adolescente.

Pertanto, la scuola stessa deve riscoprire la propria dimensione e il proprio ruolo, trasformandosi in un laboratorio di retorica, basato sul rispetto reciproco e sui valori fondanti di una società che si possa definire civile.