Se la Nazionale è idealmente la vetta di una montagna, i dilettanti e il calcio giovanile sono le basi del pendio, quelle che dovrebbero essere costituite da rocce forti, inscalfibili, solo così si evita che la cima o i versanti possano franare. Ecco è presto spiegata la situazione del malandato calcio italiano.
Partiamo dal basso, seguendo il percorso che un piccolo aspirante calciatore di cinque anni si trova ad affrontare una volta entrato nel sistema calcio. Le scuole calcio (dai 5 ai 13 anni) sono un ecosistema vasto e non uniforme sul territorio nazionale, per cui non affonderemo nel particolare, ma delineiamo in linea di massima la situazione attuale. Primo aspetto fondamentale: con l’abolizione del NAGC (Nucleo Addestramento Giovani Calciatori), prima vera forma strutturata di scuola calcio istituita dalla FIGC nel 1960, avvenuta nel 1980, si passa da un approccio di carattere sociale e formativo delle scuole calcio ad un sistema basato unicamente sul business e lo scopo di lucro. Con i NAGC la Federazione si prodigava per la maggiore espansione possibile dello sport nelle fasce di età più giovani, cercando di assurgere anche a collante sociale tra fasce di reddito molto diverse e coordinando le attività di apprendimento con degli appositi manuali tecnici contenenti programmi di allenamento ginnico-atletici inviati alle società sul territorio direttamente da Coverciano. Con la loro abolizione cambia tutto, seppur in maniera graduale, è vero che nasce la figura del tecnico qualificato, istruito dalla federazione stessa con corsi diversi a seconda degli atleti allenati, ma questo, una volta ottenuto il tesserino, viene lasciato a sé stesso, con poche indicazioni tecniche, pochi corsi di aggiornamento e soprattutto con un compenso spesso misero e non all’altezza del fondamentale ruolo che ricopre. Sì perché l’istruttore di scuola calcio non solo deve essere un tecnico, ma anche e soprattutto un educatore che può seriamente svolgere un lavoro importante sulla crescita umana, oltre che sportiva, del giovane atleta. Non di certo si afferma una novità se si scrive che i tecnici della scuola calcio, affidati ad una così delicata fascia di età, dovrebbero essere i più preparati e i più pagati (come avviene oggi in alcuni paesi nordici in grande ascesa come la Norvegia, e come qualche anno fa lo era l’Islanda) ma di fatto si è lontani dal pensare di realizzare questo proposito. Ma la più grande differenza rispetto al precedente modello italiano è il pagamento della retta per poter essere iscritto in una scuola calcio e giocare. Un processo, quello dell’introduzione delle quote annuali, iniziato nel corso degli anni ‘90, ma degenerato negli ultimi vent’anni, con cifre che partono da un minimo di 300 a picchi di oltre 1000 euro per bambino. Una cifra esorbitante per alcune famiglie, che ha causato danni ingenti al sistema, quali la minore accessibilità al giuoco e la precoce dispersione del talento. Il talento non conosce reddito e andrebbe preservato sempre e comunque, per questo non è più rinviabile una riforma quantomeno per calmierare i costi annui per le famiglie dei giovani calciatori, se appare utopica la possibilità di tornare alla quasi gratuità delle scuole calcio. Non può essere un caso che fin quando ha retto un sistema in cui vi era una selezione naturale per cui chi era più bravo giocava in certe società, chi era meno bravo in altre meno blasonate – ma tutti avevano accesso al calcio quasi senza costi – l’Italia abbia formato le generazioni di talenti che ci hanno portato alle vittorie mondiali dell’82 e del 2006 (forse l’ultima generazione formata sul vecchio modello). Non bisogna sorprendersi dunque ora che le vittorie non arrivano più se le scuole calcio di oggi sono costituite da piccoli clienti, i cui genitori non possono sentirsi dire che il proprio figlio non gioca perché non è pronto, o è scarso, in quanto le famiglie stesse pagano fior fior di quattrini per far allenare e giocare il bambino in una società. E da qui è facile fare una differenziazione tra le scuole calcio di società dilettantistiche e quelle di società professionistiche. Queste ultime non dovrebbero esistere, neanche mascherate con matricole diverse da quella della società professionistica di effettiva appartenenza, sono solo una macchina da soldi e da illusioni: prelevano grandi quantità di bambini suddivisi in svariati gruppi per ogni annata di nascita a cinque anni e li portano fino a tredici (perché pagano profumatamente la retta), affidandoli a istruttori sottopagati, con la promessa di entrare poi nel settore giovanile e giocare un giorno con la maglia della propria squadra del cuore. Ma questo avviene nella migliore delle ipotesi per pochi, nella peggiore per nessuno: a tredici anni vengono scartati per essere rimpiazzati da altri ragazzi più pronti, provenienti magari da un’altra provincia o da un’altra regione, se non addirittura dall’estero, e spinti da procuratori e azzeccagarbugli vari. Anche su questo ci sarebbe un’ampia pagina da aprire, ma desistiamo, per ora.

Le società professionistiche devono essere il punto di arrivo e non il punto di partenza del giovane calciatore. Il loro lavoro deve iniziare con il settore giovanile (under 14) e terminare con la prima squadra, fungendo da catalizzatore dei migliori talenti del proprio circondario, andando a costruire dunque rapporti di collaborazione con le varie società giovanili dilettantistiche operanti sullo stesso territorio (come fa ad esempio il Bayern Monaco in Baviera), quelle che devono essere delle vere e proprie officine del talento, con l’ambizione di fornire al professionismo i migliori atleti. Questo permetterebbe in primis di abbattere i costi per le società professionistiche, che invece di acquistare da chissà dove i calciatori, arricchendo i mediatori, coltiverebbero i futuri calciatori in casa, premiando il talento a chilometro zero, magari proprio quei bambini che sognano di giocare un giorno nella squadra della propria città o della propria provincia. E per far tornare grande il nostro calcio questo deve essere un principio da seguire sempre. Premiare il talento vicino, nostrano. Invece negli ultimi vent’anni si è visto sempre più il contrario: settori giovanili invasi di stranieri (spesso scarsi), l’avanzata dilagante di ragazzi “figli di” e raccomandati, il premiare sempre e comunque la fisicità alla tecnica, forse per vincere qualche torneuccio o campionatino locale, la creazione delle seconde squadre in Serie C, inutili fucine di giovani non italiani che tolgono spazio a qualche realtà che meriterebbe per storia o seguito popolare un posto tra i professionisti, e infine la saturazione dei campionati dilettantistici di una quantità indicibile di calciatori africani, la cui età è sempre un tabù, tra certificati di nascita falsi e informazioni frammentarie.
Ed ecco dunque che arriviamo al capitolo dei dilettanti, la componente più numerosa a livello di tesserati e di influenza nel Consiglio Federale (anche per questo spesso i Presidenti federali vengono da un percorso nell’LND) nonché la più difficile da gestire. Di criticità se ne possono citare diverse, oltre alla questione stranieri in campo appena menzionata, tra cui il vincolo degli under in campo, misura che ha animato il dibattito negli ultimi anni tra favorevoli e contrari, i continui fallimenti di certe società che risorgono attraverso nuove matricole comprando il titolo sportivo di qualche altra malcapitata, e di queste manovre nella nostra regione se ne sono viste tante, oppure di allenatori a chi viene affidata una panchina di eccellenza o promozione che sia con la promessa di portare alla società che lo contrattualizza alcune migliaia di euro in sponsor, con l’allenatore che abbandona il ruolo di tecnico e abbraccia quello di socio in affari. Sono solo alcune delle assurde peculiarità di questo calcio italiano che, come detto nell’articolo scritto a caldo dopo l’eliminazione in Bosnia, ha la grande occasione per azzerarsi e ripartire. Occasione che anche stavolta sarà sprecata, a giudicare dai nomi in lizza per la successione alla FIGC. Fatto sta che c’è bisogno che queste e le altre cose che non funzionano vengano a galla, quantomeno per far sapere, a chi ci tiene davvero, che il sistema calcio italiano è al punto di non ritorno.

Attivista politico con ruoli di rilievo, studente di Scienze politiche. Addentrato nel mondo dello sport abruzzese, con particolare riguardo ai risvolti sociali dell’attività sportiva.






