Quel sogno di entrare in classe, chiudere la porta e dedicarsi alla spiegazione della propria disciplina con passione sembra ormai pura e propria utopia. Per molti laureati italiani, la speranza che un giovane alunno possa amare la materia tanto quanto il docente si scontra con una realtà brutale: un sistema che, anziché motivare, spinge a guardare verso altri orizzonti.
Se in passato il percorso era accompagnato dallo studio costante, oggi ci si deve interfacciare con la cosiddetta “Riforma Valditara” per l’abilitazione all’insegnamento, un pacchetto di regole che ha rivoluzionato il modello scolastico, demolendo le poche certezze rimaste e ricostruendo l’accesso alla professione su basi discutibili. Questa rivoluzione punitiva nei confronti di tutti gli aspiranti docenti italiani ha radici ben precise: il Decreto Legge n. 36 del 30 aprile 2022, varato dal governo Draghi, ha tracciato la rotta; ma è con il successivo DPCM del 4 agosto del 2023, firmato dal Ministro Giuseppe Valditara, che ha trovato la sua spietata definizione tecnica ed economica, segnando una regressione preoccupante.
Un tempo erano sufficienti i cosiddetti “24 CFU”, economici e semplici da ottenere durante il proprio percorso universitario. Oggi, invece, le regole del gioco sono nettamente diverse: sono necessari ben 60 Crediti Formativi Universitari, che includono il tirocinio nelle scuole e una prova finale abilitante. Dal 1° gennaio 2025, questo è diventato l’unico modo per poter partecipare ai concorsi ordinari.
Fin qui, si potrebbe erroneamente pensare ad un tentativo di migliorare la formazione dell’insegnante, dato il suo ruolo importante nel guidare la crescita culturale ed umana dei propri discenti. Dunque, è buono e giusto che l’insegnante faccia i conti con la psicologia, la pedagogia, la didattica e la capacità di ascolto poiché la sfera emotiva dell’alunno è la cosa più importante che possa esistere. D’altronde, il celebre Sigmund Freud definì l’educazione nel 1925 nella sua Prefazione al libro di August Aichhorn, intitolato Gioventù traviata, come uno dei “mestieri impossibili”. Tuttavia, il vero problema sorge quando si prendono in considerazione la struttura e i limiti di questa riforma, che sembra concepita per escludere piuttosto che per formare.

La triste realtà è che l’accesso ai corsi è limitato da contingenti regionali decisi dal Ministero. Ciò significa che un numero elevato di laureati resta fuori per via della mancanza di posti nelle università. Ma, il vero fulcro di questa denuncia è l’aspetto economico: il DPCM Valditara ha fissato tetti massimi che raggiungono i 2.500 euro per il percorso completo e i 2.000 euro per il percorso da 36 CFU. La cosa ancora più vergognosa è che gli aspiranti docenti devono pagare una tassa di iscrizione solo per partecipare alle prove di selezione, con l’umiliante rischio – molto frequente – di essere scartati e perdere il contributo versato a causa della scarsità di posti messi a bando. A questo si aggiunge l’ulteriore esborso di 150 euro per sostenere l’esame finale.
Come può un giovane laureato, che ha già dovuto sostenere il peso delle tasse universitarie – ancor peggio se fuori-sede – affrontare una spesa del genere? Dove finisce la vocazione e dove inizia il business sulla pelle dei precari? Dov’è finito il concetto di meritocrazia?
Volgendo lo sguardo oltre i confini nazionali, il confronto diventa ancora più amaro: in Spagna, il Máster en Formación del Profesorado (l’abilitazione) costa meno della metà di quanto richiesto in Italia; in Francia, invece, il percorso è integrato nella laurea magistrale e l’accesso alla professione avviene tramite concorsi nazionali che, pur essendo selettivi, non gravano sulle tasche dei laureati. L’insegnamento – scriveva Albert Einstein nel saggio On Education del 1936 – dovrebbe essere tale che ciò che viene offerto sia percepito come un dono prezioso e non come un dovere amaro. Pertanto, il nostro Paese, oggi più che mai, ha bisogno che le sedie dietro le cattedre siano occupate da chi ha scelto di fare di quel mestiere la propria vita, da chi ama generare la cultura attraverso la cultura stessa, e non da chi ha semplicemente potuto permetterselo. Ignorare questa urgenza significa condannare il futuro della scuola e, con essa, quello delle nuove generazioni.
Dott.ssa magistrale in Lingue e letterature straniere. E’ appassionata di letteratura russa, impegnata nel sociale, fervente femminista.






