È l’uomo della decadenza, la malinconica frustrazione del capitalismo, il soggetto prediletto dalle sue pennellate: figure minime, quasi residuali, segregate entro paesaggi desolati o luoghi invisibili. Sono i palazzi di Corviale, le periferie romane popolate come da fantasmi, ombre non dissimili da quelle traghettate dal Caronte dagli occhi di bragia; è la crudità del nostro mondo, è la solitudine dell’uomo, è questo ciò che trapassa nel pennello graffiante di Radini, dove la miseria umana si lascia trasfigurare in un primo, ambiguo slancio di libertà e coscienza.
La materia pittorica diventa allora il luogo di una contraddizione feconda: il limite non viene negato ma portato fino al punto di rottura, fino a divenir l’ardore d’un’anima tesa come frusta d’auriga. Ed è in questa tensione che l’arte ritrova la propria vocazione più alta -descrivere l’intangibile e praticarlo, costringendolo a emergere nel finito. Difatti, il reale atto di protesta, la vera rivolta – ciò che nelle tele stupisce e scuote – sembra essere il recupero della forma: la formalizzazione di un’arte espressionista rifondata alla luce del presente. Pura. Limpida anche nell’immondizia o sotto le macerie, viva anche nella morte. Stupisce e sconvolge la capacità continua, corrente, con cui le figure sanno insinuarsi ed esaltarsi in un paesaggio muto.
Tutto sta nella figura. Ed è infatti la figura il vero e grande atto osceno della produzione di Radini, chè essa non è il limite della sensibilità od il moncherino del pensiero, ma una rivolta estetica, capace di ricordare a tutti che l’opera d’arte prima ancora di essere concetto è una questione di gusto, ovvero che il valore artistico non dipende da altro che dalla maniera con cui si letteralizza il concetto. Il pensiero non può avere altra lingua pittorica oltre alla forma. Insomma, da un gran critico come Daniele Radini Tedeschi non potevamo che aspettarci questo: un grande scandalo, il più grande scandalo a cui l’arte contemporanea possa tendere, il ricordo e la coscienza di cosa sia l’arte in sé. Gusto e nient’altro che buon gusto, e che non c’è body art che tenga innanzi ad una tela ben fatta, ad una resa cromatica studiata. Nulla potrà sostituire il segno permanente d’un anima che si libera nel pennello.








